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Portale cittadino di Villa Caldari a cura di Enrico Bianco e Andrea Argentini.

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Chiese

Chiesa parrocchiale

La fondazione ufficiale della prima Chiesa parrocchiale (probabilmente una riconsacrazione di una antica cappella appartenuta ai monaci) risale al 1555.
Alcuni anni dopo (1580 circa), fu concessa a Caldari la dignità parrocchiale e, nell'occasione, il 1o vescovo della ricostituita Diocesi di Ortona, Mons. Giandomenico Rebiba , donò la vasca battesimale tutt'ora in uso, che porta il suo stemma e una scritta che ricorda l'evento.
Da documentazione di liti giudiziarie, siamo anche illuminati su alcuni particolari dell'aspetto della vecchia chiesa del 1555 : aveva un'ampia sagrestia dotata di un 2o piano, con una grande stanza accessibile dall'esterno ed una "pubblica loggetta" (porticato ad archi). Il tutto si presume contestualmente all'erezione della parrocchia. La stanza superiore era utilizzata per l'alloggio dei predicatori quaresimali e talvolta dei soldati di passaggio. Vi si fermavano anche i canonici di S. Tommaso che venivano spesso a Caldari. Questi ultimi, già prima del 1780, cominciarono a costruire la loro casa appoggiata al complesso di edifici della parrochia; cosa che dette luogo a delle contese con la comunità di Caldari, per la proprietà della grande camera sopra la sagrestia.
Le statue più antiche della chiesa, S. Zefferino e S. Rocco (i Patroni), devono essere di questo periodo o non di molto posteriori. Sono di manifattura pugliese, dove già allora c'era la tradizione della lavorazione della cartapesta.
Dall'archivio parrocchiale rileviamo che il primo Parroco di cui si conosce il nome fu Gianluigi De Letto (di famiglia patrizia ortonese) e che i primi registri dei matrimoni e dei battesimi, risalgono rispettivamente al 1635 e 1663.
Nel 1838, poco prima della soppressione del Comune di Caldari, il paese sopportò una grande crisi agricola, tale che, l'Amministrazione provinciale dovette concedere sussidi di povertà alla popolazione.
Fu proprio in questo contesto che nacque la determinazione di ricostruire la nuova chiesa: l'apertura di un cantiere cosi grande creò posti di lavoro e circolazione di nuovi capitali.
Dopo il 1845, quando il parroco era Don Luigi Scopinaro, si mise mano alla demolizione della prima chiesa parrocchiale, definita, dalla lapide sulla facciata dell'attuale chiesa, "parva et angusta" (ossia piccola e stretta). Il popolo di Caldari partecipò in modo veramente unanime (offerte in denaro o prestazioni personali d'opera) alla costruzione della chiesa; si formò una catena umana dalla fornace presso il fosso di Fagotti (funzionante fino agli anni '50) che arrivava fino al cantiere della chiesa, passandosi i mattoni di mano in mano.
Si tramandarono alcuni episodi miracolosi avvenuti in quel periodo. È tradizione che prima della copertura completa del tetto, il giorno 26 Agosto (festa del Patrono) vi fu un violento nubifragi; il Comitato constatò che l'interno della chiesa era tutto bagnato, mentre la statua del Santo era del tutta asciutta; inoltre, al momento della posa delle ultime tegole, il muratore che vi stava lavorando cadde da circa 20 metri, ma per grazia di Dio rimase incolume.
Successivamente sorse un disaccordo fra la gente di Zefirino: se dovesse restare nel punto dov'era sempre stata , corrispondente all'altare maggiore dell'antica chiesetta. Lo stesso Santo risolse la questione apparendo in sogno a due distinti uomini, dicendo che voleva rimanere dov'era. L'organo a mantice della chiesa parrocchiale dovrebbe essere molto antico. Si presume infatti, che originariamente possa essere istallato tra la fine del 700 e l'inizio dell'800.
Questo in considerazione del fatto che, nel Dicembre del 1860, ha avuto bisogno di una riparazione ad una cassa, mastro aggiustatore di Lanciano Filippo Montefusco, chiamato da due procuratori della festa del S. Patrono (Tommaso Martellini e Giacomantonio Radica).
Nel 1913, poi, il complesso a mantice dell'organo venne restaurato e riportato al pieno recupero funzionale, nonchè potenziato grazie alla istallazione di nuove canne.
Le due campane principali sono abbastanza interessanti, date le scritte a rilievo in esse osservabili.
Il Campanone, di circa sette quintali, in ordine di tempo risulta la campana più recente, pur essendo stata istallata fin dal 1926, in memoria della vittoria italiana nella prima guerra mondiale. Esso è dedicato sia alla Madonna del Rosario (sul davanti), sia a S. Zefirino (sul retro), sia a S. Rocco e S. Emidio (lati).
La seconda campana in ordine di grandezza, dedicata al Cuore di Gesù, alla Vergine Dolorosa, a S. Sebastiano e a S. Vincenzo, riporta (in latino) una frase molto suggestiva del Salmo 48 che così recita: "Fuoco grandine neve ghiacci e forza delle tempeste sono messaggeri della Sua parola." La terza, (e più piccola) campana (160 Kg), attualmente risulta sganciata per ragioni logistiche.
C'è da rilevare, inoltre, che in chiesa vi è un altro originalissimo e misterioso documento di tipo epigrafico: un antico vassoio di bronzo (di circa 37 cm di diametro) decorato con fregio a melagrane presenta, tutto intorno al fondo, questa sequenza di caratteri incomprensibili, di gruppi di lettere in successione ripetuta:
R A M E W I S R N B I ; R A M E W I S R N B I R A M E W I S R N B I R A M I C E W I S R N B I.
Di primo acchito si è pensato a caratteri prevalentemente in latino medievale (con una W di influenza anglosassone o polacca) ed un paio di lettere greche o cirilliche.
Successivamente, un esame un po' più approfondito da parte del prof. A. Falcone, ha acclarato che il carattere delle lettere dovrebbe essere il carattere delle dovrebbe essere il cirillico antico, ma che il significato della successione di lettere ripetute resta di difficile interpretazione. L'approfondimento comunque va avanti. A nostro avviso, non è escluso possa trattarsi di una frase dissimulata con artifizio crittografico oppure (data la ripetitività), di una formula propiziatoria espressa in una commissione di linguaggi.Relativamente ai sei melograni che decorano l'interno del baccile, oltre al significato benaugurante di fertilità e di abbondanza, c'è anche da rilevare che nella cultura rituale del medioevo, il numero sei simboleggia "il sole".La simbologia planetaria potrebbe essere avvalorata anche dal fatto che i 6 melograni sembrano roteare intorno ad un disco centrale (il sole appunto); sole centrale che potrebbe simboleggiare il Cristo risorto, per cui il vassoio dovrebbe essere un reperto di origine cristiana.In ogni caso, questo vassoio (una volta usato per le questue), è di grande importanza perchè risulta il primo e unico oggetto che testimonia la presenza dei primi nuclei slavi in Caldari (verosimilmente tra la fine del 1400 e l'inizio '500): un oggetto sicuramente di grande valore, considerando il fatto che è stato inserito tra le poche cose essenziali che i profughi portarono con loro.
Fonte: libro "Storia e tradizioni nel territorio di Caldari" di Edgardo Giangrande (1996).

Parte interna della Chiesa di San Zefirino Altare della Chiesa di San Zefirino Fonte presente nella Chiesa di San Zefirino Sant'Antonio Sant'Emidio San Rocco San Vincenzo San Zefirino Vergine Maria

 

Chiesa di San Sebastiano

Diversi elementi convergenti, che indicheremo successivamente, ci portano a supporre che la chiesetta di S. Sebastiano esistesse già dal XVI secolo. A questo proposito, don Dino Pacaccio, riferisce che in taluni documenti del XVI e XVII secolo, si accenna alla chiesa fuori delle mura di S. Sebastiano: verosimilmente la si può identificare con S. Sebastiano di Caldari.
La grande quantità di ossa recentemente venute alla luce nel terreno antistante, è un indizio della sua antichità: un simile numero di inumazioni (diversi metri cubi di ossa) può avvenire solo in tempi molto lunghi e, pur non potendosi indicare un periodo esatto, si tratta certo di ossa molto vecchie e di epoca diversa. Tantopiù che nel posto, sono stati rinvenuti anche i reperti molto antichi come: - due vasetti per unguenti ("lacrimatoi") di cui uno dipinto;
- due piccole olle (vasi di coccio) quasi intere, di cui una con tracce di decorazione in vernice rossa e l'altra con un bellissimo fregno a spirale, sempre in vernice rossa;
- una coppa a bicchiere in metallo chiaro, non omogeneo (rame con molto stagno);
-un pregevole crocifisso in rame, che risale probabilmente all'inizio del '500, sul quale è scritto in latino medievale la seguente preghiera di S. Francesco: "Il Signore ti benedica, e ti custodisca, Mostri a te la sua faccia e abbia di te misericordia, volga a te il suo sguardo e ti dia Pace. Il Signore ti benedica".
Probabilmente il cimitero istituito nel comune di Caldari nel 1829 sul terreno al termine della via dei Dubbi (di fronte all' attuale campo sportivo) non è mai stata usata, di fatto, per seppellire. Questo perchè la gente preferiva continuare a servirsi, come da tempo immemorabile, di S. Sebastiano, attorno a cui si è formato l'attuale cimitero.
La piccola campana della chiesa risale a circa un secolo fa e su di essa sono riportate a rilievo le figure di Cristo in croce e di un non identificabile vescovo.
Fonte: libro "Storia e tradizioni nel territorio di Caldari" di Edgardo Giangrande (1996).

Chiesa di San Sebastiano Interno della Chiesa di San Sebastiano San Sebastiano Quadro presente all'interno della Chiesa di San Sebastiano

 

Chiesa Madonna di Fatima

Cogliendo l'occasione del passaggio dell'originale statua della Madonna di Fatima (1978), sorse l'idea (peraltro già accarezzata da anni) di realizzare delle Opere sacre presso la Stazione di Caldari.
Inizialmente venne eretta l'edicola su cui venne posta una statua della Madonna di Fatima; successivamente, il 12 febbraio '82, tutti gli abitanti della "Stazione", decisero di dare, a proprie spese, un "tetto" alla Madonna stessa. L'iter di svincolo dell'area industriale interessata iniziò proprio nel 1982 e si concluse all'inizio del 1987:nello stesso anno, il 25 giugno, ebbe inizio la costruzione della Chiesa.
La cerimonia di consacrazione della Chiesa dedicata alla Madonna di Fatima avvenne il 26 maggio del 1990, proprio in occasione del cinquantenario della venuta a Caldari del Parroco Don Geremia Menconi. Le festività in onore della Madonna si svolgono il 13 maggio.
Fonte: libro "Storia e tradizioni nel territorio di Caldari" di Edgardo Giangrande (1996).

Chiesa Madonna di Fatima Interno della Chiesa della Madonna di Fatima
 

 

Cappella S. Maria della Croce

Da mappe catastali del 1808, sappiamo che nella zona compresa fra la Marruccina e via dei Dubbi vi era la cappella di S. Maria della Croce, scomparsa già all'epoca delle stesse mappe. È comunque rimasta per l'Istituto Geografico Militare come nome della contrada.
Non è escluso che la Cappella potesse appartenere alla Congrega omonima: ricordiamo che la Congrega (Simili alle attuali "Associazioni" con lo scopo di fare opere di carità verso il prossimo e di promuovere il culto e la vita cristiana) o Confraternita ortonese di S. Maria della Croce, fu anche riconosciuta con Regio assenso del 10.08.1778.
Fonti orali confermano che c'era un'altra piccola Cappella privata dedicata a S. Maria della Croce, costruita intorno al 1790, nei pressi dell'edicola dove oggi si trova la statua della Madonna di Fatima. All'interno di questa Cappella c'era un dipinto su tela della "Madonna della Croce".
Ogni 3 di maggio era tradizione venerare la Madonna e, per l'occasione, tutti gli abitanti del circondario, partecipavano ad una funzione religiosa presso la Cappella.
Nel 1895, il tetto della Cappella crollò, e il dipinto su tela fu portato nella Chiesa di S. Domenico ad Ortona, attualmente sede Vescovile e della Biblioteca capitolare.
Fonte: libro "Storia e tradizioni nel territorio di Caldari" di Edgardo Giangrande (1996).

 

Cappella in Piane di Maggio

All'inizio di Piane di Maggio, andando verso Rogatti, sono ancora visibili delle tombe cristiane in arenaria databili alla tarda età imperiale e oltre (tra il II e il V secolo). La presenza di lastroni di pietra e di una vasca battesimale o grande acquasantiera, fanno ipotizzare la presenza di una chiesetta o cappella unita a questo piccolo "cimitero".
Fonte: libro "Storia e tradizioni nel territorio di Caldari" di Edgardo Giangrande (1996).